Un
artista vero, anticonformista, aperto al confronto tra mondi e
culture differenti, distanti nello spazio e nel tempo, esploratore
instacancabile di modi espressivi originali, incurante delle mode
effimere, amante delle donne, ricercate nei luoghi esotici di
origine, in cui possono ancora sprigionare intatto tutto il loro
fascino, per essere ritratte come antichi modelli femminili del
passato.
Un simbolo esemplare di come l'artista contemporaneo possa talvolta
allontanarsi dai clichés abituali che lo vogliono unicamente
intento a dipingere se stesso e le proprie nevrosi, riuscendo
ad osservare mirabilmente la realtà che lo circonda e ad
interpretarla con visioni metafisiche che riecheggiano il passato.
Modernità e tradizione si fondono spesso in Fiume ed è
difficile dire dove finisca l'una e dove cominci l'altra.
Chi meglio di questo artista poteva continuare la scommessa proposta
dalla Fondazione alcuni anni orsono, divulgare la grandee arte
nei piccoli centri dell'interno di una regione fino ad allora
tenuta ai margini delle mostre di ampio respiro nazionale ed internazione.
Un artista che si è reso umilmente artefice di arditi esperimenti,
quando nel 1975 ha rivitalizzato gratuitamente il centro storico
della cittadina calabrese Fiumefreddo con pitture e sculture,
collocate nei punti panoramici del paese. Un Maestro esposto in
alcuni dei più grandi musei del mondo, dai Musei Vaticani,
all'Ermitage di S. Pietroburgo, dal MoMa di New York alla Galleria
D'Arte Moderna di Milano, che ora approda per la prima volta in
Sardegna.
La mostra, allestita grazie alla preziosa collaborazione dei figli
del Maestro, Laura e Luciano, e dalla prestigiosa Galleria Artesanterasmo
di Milano, intende essere un omaggio alla produzione di Fiume
con un ottantina di opere dagli anni '40 agli anni '90. Disegni,
olii, sculture e bozzetti ripercorrono il lungo e variegato percorso
creativo del maestro. In un avvincente viaggio inizitico alla
scoperta degli stilemi dell'artista siciliano, i visitatori avranno
modo di ammirare sia le architetture antropomorfe delle Città
di Statue delli anni '40 e '50, nate dalle influenze rinascimentali
italiane e dalle suggestioni metafisiche di de Chirico, che l'universo
femminile del Maestro, cosmopolita e sensuale, ritratto con tonalità
e sfumature particolarmente suggestive e ricercate con cura in
tutti i continenti. Anche in questo, come sempre, l'artista sembra
prefigurare il futuro, un mondo in cui le differenze razziali
e culturali sono abolite di fronte alla contemplazione estatica
di una bellezza primordiale, espressa con una gamma cromatica
anch'essa cosmopolita, che attinge da ogni nazione qualcosa di
nuovo e di unico.
Interessante infine lo spazio dedicato al ciclo degli anni '80,
"Le ipotesi", in cui Salvatore Fiume rende a sua volta
omaggio ai suoi maestri, da Raffaello a Picasso, intessendo dialoghi
immaginari tra luoghi e personaggi della sua produzione e quelli
degli artisti citati. Nella speranza che la presente esposizione
possa riscuotere gli apprezzamenti del pubblico degli appossianti
e dei neofiti, intendiamo rivolgere un particolare ringraziamento
a coloro che anche inq eusta occasione ci sono stati vicini con
preziosi suggerimenti e consigli sia nella fase organizzativa
che durante l'allestimento della mostra.
Antonio
Carboni
(Comitato
Scientifico Fondazione Logudoro Meilogu)

Una Città Del Rinascimento
Giace In Fondo all'Oceano
Raccogliete un sasso qualsiasi
per la strada. Vi lascerà del tutto indifferenti. Il medesimo
sasso, della medesima forma e materia, ingrandito mille volte
farebbe già una certa impressione. Provate adesso ad immaginarlo
alto diecimila metri. Con la testa piegata in su, gli uomini resterebbero
a contemplarlo per giornate intere, soggiogati: per vederlo arriverebbero
turisti, pittori, fotografi e poeti da ogni parte della Terra.
Vogliamo dire che la grandiosità, da sola, determina belezza
(così come al polo opposto, un'emozione estetica può
derivare dalla piccolezza, dalla concentrazione, dall'intimità).
Gli esempi potrebbero essere infiniti. Rimpicciolite il gran Canyon
o il Cervino alla dimensione di un paio di metri. Riducete la
piramide di Cheope alla misura di un fermacarte: che cosa più
ne resterebbe?
Ebbene, questo sentimento della grandezza, come fonte di poesia
- sentimento che, consapevoli o no, gli antichi Faraoni avevano
probabilmente sviluppato in sommo grado - è, se non il
motivo dominante, uno dei motivi dominanti in Salvatore Fiume
pittore, scultore, incisore, scrittore, ceramista, scenografo
[...]
[..] a parte il valore artistico di ciò che ha fatto e
sta facendo, a parte la stupefacente sua bravura tecnica e vorri
quasi dire artigiana, a parte la rara e commovente schietezza
del suo carattere, Salvatore Fiume costituisce uno dei fenomeni
umani più geniali e singolari che ci sia mai capitato di
incontrare; fra l'altro proprio per il suo bisogno di immaginare
e fare cose grandi, di viviere in un mondo fantastico di immensa
metratura, di respirare, pur negli angusti limiti di spazio che
la moderna vita impone, con la vastità di fiato che avevano
gli antichi [...]
(da "Una città del Rinascimento
giace in fondo all'Oceano", Corriere della Sera, 16 dicembre
1956

Fiume di Raffaele Carrieri
Quando venne a trovarmi la prima
volta tanti anni fa, Fiume aveva con sè un rotolo di disegni
alla china, in una decina di esemplari. Erano le sue prime cose
che vedevo: c'era già lui tutto intero, aggrovigliato,
fulminante, scherzoso, acrobatico, sfaccettato. Mi trasmisero
fin dal primo momento una eccitazione incontenibile. Telefonai
la sera stessa a Savinio che in quel tempo abitava in via Plinio.
Il mio amico venne il giorno dopo e fummo in due a ballare. Ma
il folgorante talento di Salvatore Fiume sta dentro alla pittura
e non fuori. La sua materia pittorica riveste la strordinari avventura
delle forme con un flusso potente e imporssivo chhe le detemina
in una espressione di estrema vitalità. Sono stufo di pittori
che si atteggiano a pensatori e vivono di concetti e preconcetti.
E anche di quelli che cambiano programma ogni trimestre. Non mi
piacciono ottusi o compunque rozzi. E non mi piacciono cavillosi,
disinfettati. Ogni tanto me ne piace uno. Quell'uno deve essere
un uomo naturale, il più possibile aperto. Meglio assai
meglio se quell'uno sia, come Fiume, più caldo che freddo,
e non pratichi la pittura come un chimico, ma sia di volta in
volta saggio e pazzo, credente e fedele ai propri ideali, mai
scettico, mai ristretto. Diffido dei rivoluzionari a giornata,
specie di quelli delle ultime ventiquattro ore.
Ho visto Fiume dipingere tele immense sopra un castelletto, sgobbone
privo di lagne, senza tante fisime, umile, fiducioso, resistente,
uno che non si scoraggia davanti alle grandi superfici, come il
carpentiere di barche che fa le costole a un bastimento.
L'ho visto al tornio lavorare piatti, crateri, statue, mattoni,
teste come campane, quei testoni che sembrano fari e cupole nei
suoi quadri. L'ho visto accatastare crete e formare piramidi per
la cottura. L'ho visto informare e sfornare. L'ho visto impastare.
L'ho visto modellare. L'ho visto architetto di templi, scalinate,
boschi. L'ho visto nella mitologia, nella storia, nei vangeli,
nelle corride.
A un certo punto il colore ha preso il sopravvento su tutto il
resto. Personalmente preferisco a tutte le scultrue modellate,
scavate, intrecciate da Fiume quelle scolpite su tela. La scultura
fatta con i pennelli e i colori. La scultrua dipinta nei complessi
plastici delle isole: i giganti, gli uomini-faro, le amazzoni,
cavalli e cavalieri che formano catene rocciose in mezzo al mare.
Sculture d'un fuovo duraturo che l'acqua non scioglie. Altrorilievi
marini ottenuti con sottili lamine di materia colorante. La scultura
che diventa sempre pittura.
Fino a qualche anno fa, il recapito più sicuro di Fiume
era a Canzo, in provincia di Como.
Poi le cose cambiarono. I suoi domicili si spostarono verso i
bacini meridionali del Mediterraneo: prima al Cairo e nella valle
del Nilo, in seguito a Tel Aviv, Gerusalemme, Jaffa. Le officine
della sua pittura, attraverso deserti e valli, arrivavano ormai
fino al Mar Rosso. Dopo il 1960 Fiume affrontò traversate
assai più lunghe: le sue cartoline arrivavano dai continenti
a un passo dalla luna; almeno a me, che stavo sempre deitro la
stessa scrivania, così apparivano nell'immaginazione.
Il gruppo di dipinti che Fiume riportò dalla Somalia la
prima volta erano delle telette di colore smagliante e di un dinamismo
affascinante: figure di ragazze che combattevano sulle spiagge
contro un vento insinuante che gonfiava veli e sottane. L'anno
seguente si stabilì in Etiopia, ad Addis Abeba. Non so
quante volte si accampò nelle refrigeranti insenature del
Golfo di Aden per cogliere nella maniera lampeggiante le giovani
bagnanti africane mutate dalle correnti in uccelli di paradiso.
Un bel giorno Fiume prende di nuovo il volo per l'Etiopia e mi
scrive: "Sono qui ad Harar, a seicento chilometri da Addis
Abeba, per poter raggiungere più presto, al mattino, una
valle che prende il nome del villaggio di Babile... Per poter
dipingere certi macigni rocciosi che si trovano in questa valle
ho dovuto organizzare una vera e propria spedizione..."
Nella prima settimana di aprile mi arrivarono da Dire-Dawa le
prime buste di fotografie. Erano in nero, ma si capiva la forza
della luce, l'immensità dell'orizzonte al di là
delle montagnole tozze. Fiume aveva sfruttato l'andamento e le
sagome delle rocce per incastrarvi i ritmi delle sue figure. Nella
valle etiopica aveva ripreso e fuso in una grandiosa, permanete
rappresentazione il sogno plastico dell'Africa.

Fiume o La Meraviglia Dei
Continenti - di Raffaele De Grada
Fino a cinquant'anni fa il senso
dell'esotico in arte era rappresentato da Venezia, L'Africa, Medio
Oriente. Dall'epoca degli impressionisti il Giappone e l'Estremo
Oriente hanno suggestionato i pittori e Monet sitemò la
sua casa di Giverny con un giardino giapponese che descrive, con
simboli naturalistici, la vita dell'uomo, dalla nascita alla morte.
Con Salvatore Fiume il senso dell'esotico ha una solta, si innesta
nella stroia dell'arte occidentale: le sue modelle potrebbero
chiamarsi Rebecca o Arianna e sono in concorrenza con le sue statue
assise come deposizioni.
Salvatore Fiume ha viaggiato molto e certamente l'origine delle
sue emozioni è in terra straniera. Ma poi, come un benedettino
arrocato ne suo convento. Fiume rielabora queste sue emozioni
in una villa studio dell'Alta Lombardia, presso Canzo. Chi lo
va a visitare in questo suo eremo, ne riporta impressioni diametralmente
opposte a quelle che suscita di solito un pittore contemporaneo.
Anche se si vedno spesso, in parecchi luoghi, i suo quadri, [...],
l'artista siciliano è uno che opera con tale professionalità,
con una coscienza del mestiere che ci fa rimpiangere che egli
non abbia una cattedra in Accademia, che non abbia voluto sottoporsi
allo spesso umiliante curriculum del'insegnamento.
Tengo a precisare l'importanza della professionalità di
Fiume, perchè la critica su questo artista ha esaltato
liricamente le qualità del pittore, nel rischio di far
passre in secondo piano il valore del suo gran mestiere di costruttore
di vasti dipinti.
[...] E' vero poi che si avverte tanto questa origine siciliana
di Fiume? E guardiamo uno dei suoi dipinti fondamentali, città
di Statue, sembrerebbe piuttosto che l'orientamento volga verso
un Paolo Uccello, Piero della Francesca, Francesco Di Giorgio
e siamo ben fermi nell'Italia Centrale. Anche quel modo di timbrare
i rossi, i gialli, i marroni, di ritagliare con un disegno costruttivo
e spezzato le forme, di facilitare subito l'allusione letteraria,
com'è proprio dell'arte metafisica, non ha certo nulla
in comune con la grafia tormentata del ralismo di Sicilia, vedi
Guttuso, Megneco, [...]. Per capire dunque che cosa sta dietro
all'arte di Fiume [...] bisogna [...] anche approfondire il dialogo
continuo che l'artista ha con il museo, con la storia dell'arte
in un quadro molto vasto, non umiliato dai fatti di cronaca di
oggigiorno. Fiume preferisce il dialogo di Raffaello piuttosto
che con un suo contemporaneo e in questom suo puntar grosso vedo
un carattere particolare, inconsueto, della sua personalità
di artista.
L'artista contemporaneo tende in generale a trattare la propria
arte come un strumento di autobiografia; più è serrato
il dialogo con se stesso e più l'artista contemporaneo
sente di potersi liberare attarverso questo grande sfogo che è
l'arte. Non così l'artista antico che sentiva il bisogno
di costruire nell'opera un modo diverso da quello che lo circondava.
Ebbene, molto scopertamente le "isole" di Fiume sono
gli esiti più certi di un esposizione condotta nel grande
territorio della storia delle immagini che gli artisti hanno creato
per il conforto di chi vuole uscire dal mondo mediocre del quotidiano,
delle sue miserie, delle sue angosce [...]
(da "Fiume o la meraviglia dei
continenti",
in Fiume a Siracusa, Pitture, sculture, disegni, Ediprint, Siracusa
1986)